Ricordando Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi
Pisa 24 settembre 1943 – Lisbona 25 marzo 2012

Antonio Tabucchi, toscano di nascita, portoghese d’adozione, è morto il 25 marzo 2012 a Lisbona. Scrittore, traduttore, saggista ma soprattutto, a suo dire, “professore universitario”, che considerava la sua professione più stabile. La letteratura, per Tabucchi non è una professione, “ma qualcosa che coinvolge i desideri, i sogni e la fantasia”.
Del Portogallo si era innamorato precocemente scoprendo un autore che sarebbe rimasto per sempre il suo punto di riferimento: Fernando Pessoa (1888-1935), del quale sarebbe diventato il più puntuale traduttore nella nostra lingua. E in Portogallo, nell’amata Lisbona, trascorre gran parte della sua vita, pur tornando in Italia sei mesi all’anno per l’insegnamento. Dopo la laurea a Pisa, infatti, insegna lingua e letteratura portoghese a Bologna e successivamente a Genova e nella stessa Pisa. Nel frattempo si dedica alla scrittura e inizia a pubblicare i primi romanzi, da Piazza d’Italia a Il piccolo naviglio. Il grande successo gli arride nel 1984 con il romanzo Notturno indiano, che attraverso la storia di un viaggio in India suggerisce il travaglio di un uomo alla ricerca della sua identità. Anche ne Il filo dell’orizzonte, uscito l’anno seguente, la tematica è quella dell’inconoscibilità di se stessi.
Il suo lavoro più famoso è quel Sostiene Pereira pubblicato nel 1994 e vincitore di alcuni premi prestigiosi, fra cui il Campiello. La vicenda, ambientato in Portogallo negli anni del salazarismo, denuncia le restrizioni di regime alla libera circolazione dell’informazione. Marcello Mastroianni ne interpreterà il protagonista nell’omonimo film di Roberto Faenza.
Seguono altre opere di spessore, come La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997) e il romanzo epistolare Si sta facendo sempre più tardi (2001). È del 2004 Tristano muore, impostato come un lungo monologo sulle contraddizioni e gli strazi della guerra, della vita e della morte.
Alla sua attività di romanziere affianca quella di saggista e collaboratore di giornali importanti quali il Corriere della sera e El Paìs. La sua voce di intellettuale si alza sempre contro i totalitarismi e le censure, non solo sotto metafora ma anche in modo esplicito.
Del suo stile, uno dei maggiori pregi è la pacatezza, la concisione, e purtuttavia quel linguaggio spesso sommesso e mai retorico tocca le nostre coscienze con il suo peso etico e civile senza perdere la sua efficacia.

Bibliografia essenziale:

Piazza d’Italia (1975)
Il piccolo naviglio  (1978)
Notturno indiano (1984)
Piccoli equivoci senza importanza (1985)
Il filo dell’orizzonte (1986)
Requiem (1992)
Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (1994)
Sostiene Pereira (1994)
La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997)
Si sta facendo sempre più tardi ( 2001)
Tristano muore (2004)
Il tempo invecchia in fretta (2009)
Racconti con figure (2011)

David Foster Wallace

David Foster Wallace è l’Autore cui il pubblico della Biblioteca di Limena ha assegnato il riconoscimento “Il Nobel secondo noi”, nella serata del 3 febbraio 2012 che ha visto confrontarsi cinque nomi del Gotha letterario internazionale a cura di altrettanti appassionati proponenti e con il supporto di voci recitanti. Ricordiamoli tutti e ringraziamoli ancora una volta per l’intrattenimento che ci hanno regalato:
Sandor Marai (Andrea Zambotto con Liliana Daris)
Anita Nair (Cristina Rosetti con Marisa Fracon e Daniele Rossetti)
Philip Roth (Beatrice Motta con Enrico Frasson)
Marguerite Yourcenar (Elisa Breda con Alessia Meggiolaro e Daniela Bergamin)
David Foster Wallace (Chiara Sambo con Mirko Lazzarini)

Segnaliamo inoltre che Chiara Sambo ha pubblicato nel suo blog un resoconto personale dell’esperienza.

David Foster Wallace (1962-2008) è universalmente riconosciuto come uno dei più originali esponenti della narrativa post-moderna, il genere cui appartengono Autori del calibro di Jorge Luis Borges, il nostro Italo Calvino, Thomas Pynchon, John Barth, Don DeLillo. Il post-moderno è un superamento del realismo, in quanto tratta i mali della società contemporanea sfruttando l’elemento del paradosso, dell’eccesso e del surreale. Ma non per questo li sottodimensiona, bensì li analizza spietatamente in forma di sottile metafora, proponendoli alla nostra riflessione senza caricarli di sottintesi etici.
A David Foster Wallace riusciva benissimo, questo “spiattellamento” dei nostri vizi e delle nostre nevrosi sotto i nostri occhi portati a nascondercene l’esistenza o a giustificarne le cause. E nemmeno lui li processa, pontificando sul Bene e sul Male, ma ce li rovescia addosso sotto forma di storie grottesche che spesso strappano, di primo acchito, una di quelle risate che si riservano alla comicità demenziale, ma subito dopo ecco che ci arriva il pugno nello stomaco, la consapevolezza, e allora si è divisi fra la compassione o il disgusto per ciò di cui è capace l’essere umano.
Di vizi e nevrosi, David Foster Wallace aveva fatto esperienza sulla propria pelle. In generale aveva fatto l’esperienza del dolore più completa che possa conoscere un individuo: la sofferenza esistenziale causata da una grave forma di depressione clinica che lo aveva segnato fin dall’adolescenza. Si era avvicinato alla droga e poi all’alcol con leggerezza giovanile, per allontanarsene presto e con ribrezzo dopo aver misurato l’abisso di alienazione cui portavano. Non era riuscito mai, tuttavia, a guarire la depressione endogena che gli condizionava l’esistenza e lo condannava all’assunzione permanente di psicofarmaci.
Studente brillante, sportivo praticante, ragazzone scanzonato: così appariva, e così mascherava il tarlo dell’inadeguatezza che lo rodeva. E paradossalmente proprio questa sua condizione di disagio acuiva al contempo la sua sensibilità e la sua capacità di analisi. Crede fermamente nella scrittura, sa che questa è la sua strada, e lo dimostra precocemente scrivendo, a soli 24 anni, La scopa del sistema, un romanzo surreale, pieno di ironia e di trovate imprevedibili che lo fa notare immediatamente e unanimemente dalla critica.
Si laurea in filosofia, come il padre che era docente universitario, ma, prima di mettere a frutto la laurea come docente a sua volta, passa alcuni anni di vita precaria e vagabonda, durante i quali nascono i racconti tra il criptico e il tragicomico della raccolta La ragazza con i capelli strani, che in pratica contiene già allo stato formato e maturo il manifesto di tutta la sua successiva produzione. Non si discostano dal suo manifesto postmoderno nemmeno i numerosi saggi degli anni seguenti, leggibili e godibili quanto i suoi romanzi e racconti (se non di più, come sosteneva Fernanda Pivano). Ricordiamo qualche titolo, sottolineandone la bizzarria: Verso Occidente l’impero dirige il suo corso, Tennis, tv, trigonometria e tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più), Brevi interviste con uomini schifosi, Oblio, Considera l’aragosta, Questa è l’acqua.
Ma il suo più grande exploit è il romanzo-fiume Infinite jest, pubblicato nel 1996, che affronta in modo unitario – seppure nella frammentazione di numerose storie più o meno coerentemente intrecciate fra loro – il tema fondamentale della “dipendenza”. Dipendenza in ogni possibile significato, perché Wallace ci apre sugli occhi su una semplice verità: che l’Uomo possiede una viziosa abilità nel crearsi da solo le proprie schiavitù, individuali o di massa. Così ci ricorda che non esiste solo la dipendenza da droga e alcol, da lui descritta con cruda competenza, ma anche quella  dai trattamenti di disassuefazione. Che è dipendenza e può avere effetti irreversibili anche la competitività, sia essa nel mondo lavorativo, nello sport o nei rapporti sociali, perché trasforma in smania e ossessione ciò che dovrebbe essere solo divertimento, intrattenimento e gratificazione. Che è dipendenza e appiattisce il nostro elettroencefalogramma emotivo il culto della pubblicità, della televisione, degli stereotipi di moda. E che ogni dipendenza in cui si cade rende più labile la differenza fra il Bene e il Male.
Questo è il messaggio affidato alle sue vicende e ai suoi personaggi, e da essi trasmesso a noi. Wallace sa sempre sorprenderci, sa farci ridere e sa colpirci al cuore fino a toglierci il sonno. Ci ha lasciato molto su cui interrogarci, quando ha scelto di porre fine al tormento interiore che lo aveva ormai divorato. Il 12 settembre 2008 si è impiccato nella sua casa in California. Sulla sua scrivania, una mole formidabile di appunti per il romanzo cui lavorava con l’abituale perfezionismo, Il Re Pallido, uscito postumo e incompiuto nei mesi scorsi per volontà della moglie: un’altra panoramica sulla vacuità di certe nevrosi del mondo d’oggi e sulla somma noia di vivere in cui l’Uomo ha precipitato se stesso rinunciando al valore della sincerità.

Se vorrete leggere e conoscere meglio David Foster Wallace, la Biblioteca può fornirvi in prestito i suoi libri e suggerirvi il percorso di lettura più utile ad avvicinare un Autore così complesso eppure così trasparente.
Buona lettura! 

Wisława Szymborska


È morta ieri, 1 febbraio 2012, all’età di ottantanove anni, la grande poetessa polacca Wisława Szymborska, premio Nobel per la letteratura nel 1996.
Era nata nel 1923 e si era trasferita ben presto con la famiglia a Cracovia, dove avrebbe poi vissuto e lavorato tutta la vita. La sua adolescenza e la prima giovinezza sono sotto il segno dell’occupazione tedesca e della guerra, e le difficili condizioni di vita la costringono a interrompere gli studi universitari. Ciò tuttavia, frequenta attivamente gli ambienti culturali e inizia a pubblicare le sue poesie su qualche giornale poco più che ventenne. In quel periodo, come molti intellettuali polacchi, aderisce all’ideologia ufficiale socialista, ma se ne distanzierà presto. Successivamente passerà fra i dissidenti, e negli anni ottanta è aperta sostenitrice del sindacato clandestino Solidarność.
Ha pubblicato numerose raccolte di poesie e saggi, tradotti in molte lingue e insigniti di prestigiosi riconoscimenti internazionali, il cui elenco culmina con l’assegnazione del premio Nobel nel 1996 con la seguente motivazione:
«per una poesia che, con ironica precisione, permette al contesto storico e biologico di venire alla luce in frammenti d’umana realtà».
Il suo stile è caratterizzato da una sintassi semplice ma da un linguaggio elegante e curatissimo. Le sue tematiche toccano la condizione dell’individuo e della società, sviluppando con una grazia da miniaturista la profondità dell’enigma esistenziale.
Un incantevole esempio è rappresentato da questa poesia, La gioia di scrivere:

Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi ad un’acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola “bosco”.
Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.
In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.
Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.
C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?
La gioia di scrivere
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale. 

Trasloco e Auguri

L’anno vecchio – mica tanto bello, diciamocelo – finisce con un trasloco, ossia in fondo con una speranza in un domani migliore. A traslocare non è la Biblioteca (magari!) ma solo il blog, sfrattato con tutti gli altri dalla piattoforma di Splinder che da anni ormai scricchiolava e ultimamente si è finalmente arresa. Sono in corso migrazioni bibliche in cerca di nuovi lidi, nuove capanne e mangiatoie, un terreno più solido insomma, e noi crediamo di averlo trovato qui, su Altervista.
La nuova casa è quasi pronta, un minimo di collaudo e poi saremo completamente operativi, se vorrete venirci a trovare e magari interagire con noi.
Allora per adesso cominciate a familiarizzare con questo nuovo indirizzo, ma soprattutto preparatevi a trascorrere in pace e serenità le Feste.

Buon Natale e Buon 2012 a tutti!

in memoria di Andrea Zanzotto

ZanzottoSi è spento il Grande Vecchio della poesia veneta e, più in generale, una delle voci più autorevoli della poesia italiana contemporanea, Andrea Zanzotto, che era nato nel trevigiano nel 1921. Nel suo passato troviamo le ristrettezze economiche, i traumi della guerra, la sofferenza per la lontananza del padre, esule antifascista, e per la perdita di due sorelle in giovanissima età. In questo contesto, Zanzotto coltiva l’amore per gli studi umanistici e si laurea in lettere a Padova sotto la guida di maestri del calibro di Diego Valeri e Concetto Marchesi. Malfermo in salute, non partecipa le attività belliche, ma dopo la caduta del fascismo è attivo nella Resistenza veneta in qualità di addetto alla stampa e alla propaganda. Dopo la guerra inizia a farsi conoscere come poeta e ottiene i primi riconoscimenti da parte di critici come Ungaretti, Montale, Quasimodo, Vittorio Sereni. Dagli anni ’50 in avanti pubblica numerose e acclamate raccolte di versi e collabora a riviste letterarie come critico e saggista, continuando tuttavia a risiedere nella sua amata terra natale che non smise mai di fornirgli ispirazione. È curioso e significativo ricordare il suo sodalizio artistico con Fellini: al visionario regista fornirà testi, dialoghi e versi per film quali Casanova, La città delle donne, E la nave va. La sua bibliografia è molto densa e comprende opere per la maggior parte di poesia, sia in lingua italiana che in dialetto veneto, ma anche racconti in prosa, scritti critici, traduzioni dal francese e perfino due storie per bambini ispirate alle antiche tradizioni trevigiane. Uno dei temi che più gli stanno a cuore negli ultimi anni sono i rischi che la sua amata terra veneta sta correndo a causa di certe scelte di sviluppo scriteriato che penalizzano l’ambiente, nonché di certe derive sociopolitiche secessioniste da lui giudicate alienanti e non condivisibili.
La sua poetica, inizialmente ispirata al surrealismo francese degli anni venti e trenta, con il tempo matura e si definisce meglio, sfruttando con tecnica sempre più sapiente e originale le vaste potenzialità del linguaggio, e a queste affida il compito di descrivere, spesso in modo criptico o addirittura volutamente sconnesso, una realtà che la civiltà dei consumi sembra avere sempre più contaminato fino a privarla dell’antica autenticità. A questo punto, solo la parola di un poeta, sgorgando libera e slegata come quasi un lamento oppure un grido di protesta, può trasformarsi in strumento di conoscenza.

Bibliografia essenziale:
Dietro il paesaggio, 1951
Elegia e altri versi, 1954
IX Egloghe, 1962
Sull’Altopiano, 1964
La Beltà, 1968
Poesie (1938-1972), 1973
La storia dello zio Tonto, 1980
Fosfeni, 1983
La storia del Barba Zhucon e La storia dello zio Tonto, 2004

Omaggio a Josè Saramago

premio Nobel per la Letteratura nel 1998

saramagoJosè Saramago, poeta, scrittore e critico portoghese, è morto il 18 giugno 2010 all’età di 88 anni.
Nato nel 1922 in una famiglia modesta, prima di occuparsi di letteratura svolge diversi mestieri generici. Tenace oppositore del regime di Salazar, nel 1969 si iscrive al Partito Comunista. Negli anni sessanta e settanta è attivo come critico letterario e pubblica diverse raccolte di poesie. Dopo la caduta del regime fascista in Portogallo (1974), Saramago si dedica completamente alla letteratura pubblicando alcuni romanzi. Il successo conclamato arriva nel 1982 grazie a Memoriale del convento, vicenda visionaria ambientata nel Portogallo del Settecento, e successivamente con Storia dell’assedio di Lisbona, Cecità e il controverso Il Vangelo secondo Gesù.
Nel 1998 gli viene conferito il Premio Nobel per la letteratura, il primo assegnato a un autore portoghese.
Per le sue posizioni antireligiose è sempre stato al centro di aspre critiche da parte della Chiesa cattolica. A causa di dichiarazioni mal interpretate, si era anche inimicato gli ambienti ebraici, che lo accusavano di antisemitismo. Fino all’ultimo aveva dialogato con i lettori attraverso il suo blog, nel quale aveva anche contestato la politica dell’attuale governo italiano; in seguito a queste dichiarazioni, Einaudi rinunciò a pubblicare Il quaderno, raccolta di articoli comparsi sul blog che peraltro è stata poi pubblicata da Bollati Boringhieri.
Caratteristica delle opere di Saramago è la trattazione delle vicende da prospettive insolite, allegoriche, dirette a mettere in luce il fattore umano dietro l’evento. Per Saramago non esistono eroi, ma uomini normali alle prese con circostanze che possono essere eccezionali. Dei suoi personaggi, l’Autore si occupa con umana comprensione ma anche con ironia.
Lo stile si contraddistingue per la composizione di frasi molto lunghe (anche intere pagine) e interrotte da una punteggiatura scarsissima.

Questi i titoli delle opere presenti nella nostra biblioteca: L’anno della morte di Ricardo Reis, Caino, La caverna, Cecità, Memoriale del convento, Le piccole memorie, Il racconto dell’isola sconosciuta, Tutti i nomi, Il Vangelo secondo Gesù, Il viaggio dell’elefante.
Molti altri titoli sono presenti nella rete bibliotecaria e possono essere messi a disposizione dei lettori in breve tempo dietro semplice richiesta.

* * *

Vi proponiamo qui l’incipit di uno dei suoi romanzi più famosi: Cecità (1995).

Saramago_cecitaIl disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell’asfalto, non c’è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell’aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c’è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica.
Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si notò subito che non erano partite tutte quante. La prima della fila di mezzo è ferma, dev’esserci un problema meccanico, l’acceleratore rotto, la leva del cambio che si è bloccata, o un’avaria nell’impianto idraulico, blocco dei freni, interruzione del circuito elettrico, a meno che non le sia semplicemente finita la benzina, non sarebbe la prima volta. Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta formando sui marciapiedi vede il conducente dell’automobile immobilizzata sbracciarsi dietro il parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall’altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco.

SCRITTORI HAITIANI – per aiutare Haiti

Menes Fils Aime12 gennaio 2010: un sisma di magnitudo eccezionale ha devastato Port-au-Prince, capitale di uno dei Paesi più poveri del mondo.
Haiti è un Paese a noi molto lontano sotto tutti i punti di vista, e per questa ragione molti non lo conoscono o ne hanno un’idea approssimativa e folcloristica. Così si ignora che Haiti non solo ha una storia complessa e fastosa, ma che ha prodotto una cultura originale e di livello internazionale, e questo malgrado la miseria, la fame e l’analfabetismo, che i diversi governi tirannici e irresponsabili che si sono sempre succeduti non hanno mai risolto efficacemente, ma al contrario hanno spesso alimentato per indifferenza o allo scopo di difendere i propri interessi personali dal pericolo rappresentato da una presa di coscienza del popolo.
Haiti ha dato i natali a straordinari artisti: la pittura naïf haitiana è apprezzata in tutto il mondo, e la letteratura, in poesia e in prosa, è un campo fertilissimo da scoprire e valorizzare. Moltissimi degli intellettuali di Haiti sono stati costretti all’esilio o lo hanno scelto, migrando altrove e soprattutto negli Stati Uniti e in Francia, ma questa loro diaspora ha permesso di seminare ovunque l’eco delle loro voci, che parlano del Paese natale con nostalgia e orgoglio e ne diffondono la storia, le tradizioni e le tragedie. Le tematiche ricorrenti, infatti, riguardano l’esilio, il distacco, la memoria del passato, e vi hanno posto riferimenti suggestivi alla natura lussureggiante e al senso del mito che presiede l’immaginario comune e contamina anche la morale, la religione e la quotidianità.
DerifondIl caso ha voluto che molti scrittori haitiani si trovassero a Port-au-Prince proprio nei giorni della catastrofe, raccolti da tutto il mondo alla vigilia del festival letterario Étonnants voyageurs. Fra di essi vi è una vittima accertata, lo scrittore Georges Anglade, ma i sopravvissuti saranno fra le voci più autorevoli a portare nel mondo la testimonianza diretta dell’accaduto, con i loro scritti, reportages, articoli, interviste, appelli.
La società civile e gli ambienti della cultura facciano loro spazio; noi come biblioteca ci proviamo subito, e cominciamo con il proporvi di avvicinarvi alla letteratura haitiana leggendo una pagina di Louis-Philippe Dalembert, nato a Port-au-Prince ma trasferitosi a Parigi dal 1986. Il romanzo da cui è tratta (pubblicato nel 1997) si intitola La matita del buon Dio non ha la gomma, e il suo protagonista intraprende un viaggio della memoria tornando i visitare i luoghi della sua infanzia.
La biblioteca di Limena, convinta che la divulgazione della cultura di Haiti sia uno strumento utile ad accendere e mantenere nel tempo l’interesse e il rispetto per questo Paese martoriato, sta per dotarsi di una piccola ma rappresentativa raccolta di opere di scrittori haitiani che, siamo certi, riscuoteranno la curiosità dei lettori e sapranno sorprenderli.

dalembertLouis-Philippe Dalembert (Port-au-Prince 1962) ha studiato alla Scuola Normale Superiore e successivamente si è trasferito a Parigi dove ha conseguito il diploma alla Scuola Superiore di Giornalismo e il dottorato in Letterature Comparate. Ha scritto poesie e romanzi. Appartiene all’ultima leva degli scrittori haitiani, quelli cosiddetti “dell’esterno” perché vivono e pubblicano le loro opere fuori dal loro Paese.
La matita del buon Dio non ha la gomma è il suo romanzo d’esordio (1997). Quest’opera, ambientata sul finire degli anni Sessanta, può essere considerata come un romanzo di formazione in cui il narratore, ormai adulto, alla ricerca della propria infanzia, ricorda, immagina, sogna e ricrea luoghi e personaggi che lo hanno segnato nell’universo suggestivo di Port-au-Prince. Al di là di nostalgia e reminiscenze, il tentativo di ripercorrere insieme spazio e memoria conduce il lettore ad un’esemplare meditazione sul tempo.

matita_DalembertPreludio.
L’uomo non osò penetrare nel cortile dell’antica casa di famiglia che,vista dall’esterno, gli parve di una ridicola piccolezza, quando invece i suoi ricordi la facevano come una cittadella. Del tutto insignificante la veranda, che esigeva sforzi titanici delle sue esili braccia, soltanto per issarsi sulla balaustra di circa un metro e mezzo d’altezza. E non era tutto. Gli sembrava infatti un volgare portico di quelle costruzioni allo sbaraglio del terzo mondo. Ma, si disse l’uomo per consolarsi, forse preservava gli echi dei suoi giochi, delle partite di calcio a quattro, dei feroci alterchi che ne derivavano, dei tentativi di riconciliazione, pieni d’orgoglio e di candore. Fu la seconda delusione sulla via della memoria, dopo la profonda desolazione provata a spasso nelle strade di Porto Fango, la sua città natale. Una zona urbana alle strette, incastrata fra i sogni abortiti degli uni e la boriosa indifferenza degli altri. A somiglianza dell’intera Salbunda, che non la finiva d’andarsene alla deriva e s’allontanava di giorno in giorno dalle altre isole caraibiche. La veranda e la vecchia dimora prolungavano, o meglio, condensavano la decrepitezza della capitale salbundese.
Da quelle parti l’uomo, da piccolo, aveva conosciuto Faustino, famoso lustrascarpe del lungomare, che avrebbe segnato, con l’impronta indelebile dei veri incontri, la sua vita e la sua percezione del mondo. Da allora, l’infanzia si era richiusa dietro di lui, tuttavia meno brutalmente di un portellone d’aereo sulla partenza dell’eterno esule che sarebbe divenuto. Nel quartiere, non era rimasto neanche un albero: il deserto. Come sorto dal nulla. La chiesa, che dominava il molo dal’alto della collinetta di tufo, era crollata dopo un incendio. Se n’era andata in fumo durante una notte di dicembre. L’avvenimento aveva fatto scalpore, ne avevano parlato anche all’estero. Altre catastrofi naturali e politiche vi s’erano aggiunte. In modo regolare, e sufficiente a lasciare nell’uomo un senso di malessere. La strana sensazione d’aver sognato. O peggio, d’essere una persona diversa da quel che credeva d’essere… Tutta la gente che lui conosceva era scomparsa dalla circolazione. Anche sua nonna era scomparsa, senza lasciargli il tempo di rivederla, dopo tanti anni di separazione, e d’abbracciarla per l’ultima volta. Gli intimi della sua prima vita erano disseminati ai quattro angoli del pianeta. E le rare volte in cui si scrivevano, era in nuove lingue che perdevano fiato prima ancora di raggiungere radici ormai lontane.
[…]
Erano partiti tutti. Per altrove o per l’aldilà. Senza che nessun vento, né la mitica Farfalla che regna sull’immaginario salbundese, ne avesse riportato l’eco. Erano partiti tutti. Eppure rimaneva, come una tenue emicrania, l’immagine persistente di Faustino e delle sue chimere d’imperatore. La sola che di fatto l’interessasse. La sola suscettibile di dare un senso a quel ritorno.

Conoscere Herta Muller

Nel pezzo che segue, ricco di citazioni significative, la nostra eclettica Marisa ci offre una prima chiave di lettura del personaggio Herta Müller, recente premio Nobel per la letteratura, in attesa di accendere su di lei il riflettore della nostra attenzione nella serata dedicata che si terrà in biblioteca

venerdì 5 febbraio alle ore 21:
La Letteratura dell’Abbandono
1 : HERTA MÜLLER, profuga

Con questo primo appuntamento, la Biblioteca di Limena lancia la nuova serie APRIAMO i LIBRI in BIBLIOTECA, serate con l’impronta del Caffè Letterario proposte ogni primo Venerdì del Mese.
Saranno occasioni di approfondimento letterario, curate dai tanti nostri validi e appassionati collaboratori, con momenti di presentazione e di reading alleggeriti e arricchiti da esecuzioni musicali dal vivo.
Il primo appuntamento è con il Premio Nobel Herta Müller, che Marisa Fracon ci presenterà “impersonandola” e rispondendo alle domande del “giornalista Enrico Frasson“. Un piccolo testo teatrale, quindi, creato per l’occasione con taglio biografico e sostenuto da Letture tratte dai Testi che hanno via via caratterizzato la produzione letteraria dell’ultimo Nobel.
E fra tanta Letteratura… tanta Musica con GABBIANI IPOTETICI Duo: Alessandro Tutoli, chitarra jazz e Roberto Contegiacomo, basso. Un caldo invito a partecipare a tutti quanti coglieranno l’attualità e l’universalità del messaggio di questa scrittrice, che è stata testimone di pagine dolorose della Storia e ci ricorda i valori dell’etica e del rispetto umano troppo spesso tuttora calpestati.
La mini-serie dedicata alla “Letteratura dell’Abbandono” continuerà a Marzo centrando l’attenzione sull’autrice ungherese Agotha Kristof e si chiuderà in Aprile con Sandor Marai.
E adesso, la parola a Marisa.

MullerHerta Müller, vincitrice dell’ultimo Nobel per la letteratura, proviene dal cuore della Mitteleuropa, dal Banato di Temesvar, in Romania, antica colonia tedesca assorbita poi dagli Asburgo e baluardo cristiano contro i Turchi.
I coloni tedeschi furono chiamati nel ’700 dagli Asburgo d’Austria per modernizzare questa remota provincia dell’impero. Nel corso del tempo questa funzione civilizzatrice perse via via di significato: la Müller ci descrive i villaggi del Banato come relitti della storia, frammenti sopravvissuti ad un’epoca lontana, un mondo decadente culturalmente e moralmente.

La minoranza tedesca era una minoranza arcaica che non solo non si è evoluta, ma si è opposta a ogni progresso, nella lingua come nella quotidianità. (…) La lingua era cristallizzata, incapace di rinnovarsi (…), intendo dire che se nel modo di vivere non cambia nulla in duecento anni, non cambierà nulla nemmeno nel linguaggio.

Nata nella piccola località di Nitzkydorf il 17 agosto 1953, si iscrive all’Università di Temesvar (in rumeno Timisoara) laureandosi in Letteratura Tedesca e Rumena. Il primo libro Bassure esce, con i tagli della censura, nell’82 in Romania, ma quando viene pubblicato nella Germania Federale è un grande successo. Con Bassure descrive un piccolo mondo provinciale da cui, come dice il titolo, era difficile guardare “fuori”.

Tutto sembra vicino, ma quando ci si accosta non ci si arriva. Non ho mai capito queste distanze. Tutto correva via da me. Avevo solo la polvere in faccia, e da nessuna parte si vedeva la fine.

L’autrice nell’80 perde il lavoro per essersi rifiutata di collaborare con la Securitate. Inizia un periodo di lavori saltuari e di persecuzione da parte dei servizi segreti.

Quanto più si viene tenuti sotto osservazione da uno stato, tanto più di rado si può distogliere l’attenzione da se stessi. La persecuzione non si verifica soltanto quando si è chiamati a rendere conto durante un interrogatorio. Essa si insinua furtivamente in certe cose e in certe giornate, che all’apparenza non hanno nulla di rilevante. È per questo che uno perde l’abitudine a quei pezzi di esistenza quotidiana che si vivono distrattamente, approssimativamente.

Muller_viaggioFa istanza di espatrio e dopo una lunga attesa ottiene, nell’87, la possibilità di trasferirsi in Germania. Qui conosce una grave crisi, sia linguistica che personale, che esprime nel libro In viaggio su una gamba sola. Attraverso una lingua che rompe la convenzione narrativa con montaggi associativi, sequenze di sogni e schegge di memoria, comunica la difficoltà dell’emigrazione, l’impossibilità di trovare una solida patria alternativa. Anche nel paese d’arrivo perdura la percezione dell’incomprensibile e dell’estraneità. Così parla attraverso la protagonista Irene :

Nella testa le succedeva qualcosa di diverso. Avrebbe potuto essere il contrario di ciò che Irene stava giusto facendo, se lei avesse saputo cos’era. (…) E questa distanza rimase, da una scarpa all’altra. Le cresceva dietro. Includeva anche le spalle.”

muller_prugneLa Romania di Ceausescu torna presente e tragica nel ’94 in Il paese delle prugne verdi, in cui parla di un gruppo di giovani che cercano di sottrarsi all’invasività e alla paura che tale regime induceva attraverso interrogatori, perquisizioni, ricatti.

In questo paese dovevamo camminare, mangiare, dormire e amare qualcuno nella paura. (…) Poiché avevamo paura stavamo insieme ogni giorno. Stavamo seduti al tavolo, ma la paura rimaneva isolata in ogni testa, così ce la portavamo dietro quando c’incontravamo”.

Altri romanzi in Italia saranno tradotti sulla scia del Nobel e dell’interesse che questa autrice ha suscitato non solo per i contenuti trattati ma soprattutto per l’uso di un linguaggio fortemente metaforico, essenziale, affilato come una lama.

“Con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa dipinge lo scenario dei diseredati e i paesaggi dell’esilio”.
Questa in sintesi la motivazione che ha accompagnato l’assegnazione del premio Nobel. Un elogio alla forma e alle tematiche che rendono la scrittura di Herta Müller universale ed attuale.

Muller_sguardoLa mia scrittura ha sempre a che fare con questo: com’è possibile che si vada così in là, come si arriva a una situazione tale per cui un gruppo di potere tiene in pugno l’intero Paese, un paese che sparisce e resta solo lo Stato….(…) La mia scrittura è la chiave per comprendere il mondo e la chiave d’accesso verso il mio io… (…) la mia interiorità è la scrittura, tutto il resto è esteriorità. È il mio lavoro, il mio punto fermo, è stata l’unica cosa che mi ha sempre dato forza, per mia scelta.

Concludiamo con queste affermazioni che l’autrice ha espresso in un’intervista nel 1989 a proposito del ruolo dell’intellettuale e dello scrittore in particolare:

Tenere un comportamento politico integerrimo, soprattutto restare con la schiena dritta, prendere una posizione politica in tutte le circostanze ed esprimere la propria opinione, questi sono i miei principi. (…) Secondo me un atteggiamento politico è importante per ognuno, autore, avvocato, medico, attore o ingegnere che sia. Non è pensabile l’etica al di là di un’etica politica. (…) La politica impregna la vita di tutti noi, per questo credo che senza un’etica politica non ci possa essere nemmeno un’etica individuale. Con la letteratura è la stessa cosa: anche nella finzione c’è un’etica che non è altro che un prolungamento della morale personale. (…) Se un giorno non dovessi più avere interesse per quello che mi accade intorno, e non dovessi più prendere posizione, allora non avrei più niente da dire, nemmeno a me stessa.

Marisa

Clemente Rebora: Dall’immagine tesa

Con questa poesia di Clemente Rebora sul senso dell’attesa che è in ognuno di noi

Auguri di Buon Anno!

attesa

Dall’immagine tesa

Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire,
verrà, se resisto
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.
Clemente Rebora

AUGURI!

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La Biblioteca di Limena, nel ricordarvi che nel periodo delle festività natalizie osserverà regolarmente il consueto orario di apertura, vi augura di trascorrere questi giorni speciali tra gli affetti familiari, i piaceri della tavola e la compagnia di buone letture.

Buon Natale!