Nel pezzo che segue, ricco di citazioni significative, la nostra eclettica Marisa ci offre una prima chiave di lettura del personaggio Herta Müller, recente premio Nobel per la letteratura, in attesa di accendere su di lei il riflettore della nostra attenzione nella serata dedicata che si terrà in biblioteca
venerdì 5 febbraio alle ore 21:
La Letteratura dell’Abbandono
1 : HERTA MÜLLER, profuga
Con questo primo appuntamento, la Biblioteca di Limena lancia la nuova serie APRIAMO i LIBRI in BIBLIOTECA, serate con l’impronta del Caffè Letterario proposte ogni primo Venerdì del Mese.
Saranno occasioni di approfondimento letterario, curate dai tanti nostri validi e appassionati collaboratori, con momenti di presentazione e di reading alleggeriti e arricchiti da esecuzioni musicali dal vivo.
Il primo appuntamento è con il Premio Nobel Herta Müller, che Marisa Fracon ci presenterà “impersonandola” e rispondendo alle domande del “giornalista Enrico Frasson“. Un piccolo testo teatrale, quindi, creato per l’occasione con taglio biografico e sostenuto da Letture tratte dai Testi che hanno via via caratterizzato la produzione letteraria dell’ultimo Nobel.
E fra tanta Letteratura… tanta Musica con GABBIANI IPOTETICI Duo: Alessandro Tutoli, chitarra jazz e Roberto Contegiacomo, basso. Un caldo invito a partecipare a tutti quanti coglieranno l’attualità e l’universalità del messaggio di questa scrittrice, che è stata testimone di pagine dolorose della Storia e ci ricorda i valori dell’etica e del rispetto umano troppo spesso tuttora calpestati.
La mini-serie dedicata alla “Letteratura dell’Abbandono” continuerà a Marzo centrando l’attenzione sull’autrice ungherese Agotha Kristof e si chiuderà in Aprile con Sandor Marai.
E adesso, la parola a Marisa.
Herta Müller, vincitrice dell’ultimo Nobel per la letteratura, proviene dal cuore della Mitteleuropa, dal Banato di Temesvar, in Romania, antica colonia tedesca assorbita poi dagli Asburgo e baluardo cristiano contro i Turchi.
I coloni tedeschi furono chiamati nel ’700 dagli Asburgo d’Austria per modernizzare questa remota provincia dell’impero. Nel corso del tempo questa funzione civilizzatrice perse via via di significato: la Müller ci descrive i villaggi del Banato come relitti della storia, frammenti sopravvissuti ad un’epoca lontana, un mondo decadente culturalmente e moralmente.
La minoranza tedesca era una minoranza arcaica che non solo non si è evoluta, ma si è opposta a ogni progresso, nella lingua come nella quotidianità. (…) La lingua era cristallizzata, incapace di rinnovarsi (…), intendo dire che se nel modo di vivere non cambia nulla in duecento anni, non cambierà nulla nemmeno nel linguaggio.
Nata nella piccola località di Nitzkydorf il 17 agosto 1953, si iscrive all’Università di Temesvar (in rumeno Timisoara) laureandosi in Letteratura Tedesca e Rumena. Il primo libro Bassure esce, con i tagli della censura, nell’82 in Romania, ma quando viene pubblicato nella Germania Federale è un grande successo. Con Bassure descrive un piccolo mondo provinciale da cui, come dice il titolo, era difficile guardare “fuori”.
Tutto sembra vicino, ma quando ci si accosta non ci si arriva. Non ho mai capito queste distanze. Tutto correva via da me. Avevo solo la polvere in faccia, e da nessuna parte si vedeva la fine.
L’autrice nell’80 perde il lavoro per essersi rifiutata di collaborare con la Securitate. Inizia un periodo di lavori saltuari e di persecuzione da parte dei servizi segreti.
Quanto più si viene tenuti sotto osservazione da uno stato, tanto più di rado si può distogliere l’attenzione da se stessi. La persecuzione non si verifica soltanto quando si è chiamati a rendere conto durante un interrogatorio. Essa si insinua furtivamente in certe cose e in certe giornate, che all’apparenza non hanno nulla di rilevante. È per questo che uno perde l’abitudine a quei pezzi di esistenza quotidiana che si vivono distrattamente, approssimativamente.
Fa istanza di espatrio e dopo una lunga attesa ottiene, nell’87, la possibilità di trasferirsi in Germania. Qui conosce una grave crisi, sia linguistica che personale, che esprime nel libro In viaggio su una gamba sola. Attraverso una lingua che rompe la convenzione narrativa con montaggi associativi, sequenze di sogni e schegge di memoria, comunica la difficoltà dell’emigrazione, l’impossibilità di trovare una solida patria alternativa. Anche nel paese d’arrivo perdura la percezione dell’incomprensibile e dell’estraneità. Così parla attraverso la protagonista Irene :
Nella testa le succedeva qualcosa di diverso. Avrebbe potuto essere il contrario di ciò che Irene stava giusto facendo, se lei avesse saputo cos’era. (…) E questa distanza rimase, da una scarpa all’altra. Le cresceva dietro. Includeva anche le spalle.”
La Romania di Ceausescu torna presente e tragica nel ’94 in Il paese delle prugne verdi, in cui parla di un gruppo di giovani che cercano di sottrarsi all’invasività e alla paura che tale regime induceva attraverso interrogatori, perquisizioni, ricatti.
In questo paese dovevamo camminare, mangiare, dormire e amare qualcuno nella paura. (…) Poiché avevamo paura stavamo insieme ogni giorno. Stavamo seduti al tavolo, ma la paura rimaneva isolata in ogni testa, così ce la portavamo dietro quando c’incontravamo”.
Altri romanzi in Italia saranno tradotti sulla scia del Nobel e dell’interesse che questa autrice ha suscitato non solo per i contenuti trattati ma soprattutto per l’uso di un linguaggio fortemente metaforico, essenziale, affilato come una lama.
“Con la concentrazione della poesia e la franchezza della prosa dipinge lo scenario dei diseredati e i paesaggi dell’esilio”.
Questa in sintesi la motivazione che ha accompagnato l’assegnazione del premio Nobel. Un elogio alla forma e alle tematiche che rendono la scrittura di Herta Müller universale ed attuale.
La mia scrittura ha sempre a che fare con questo: com’è possibile che si vada così in là, come si arriva a una situazione tale per cui un gruppo di potere tiene in pugno l’intero Paese, un paese che sparisce e resta solo lo Stato….(…) La mia scrittura è la chiave per comprendere il mondo e la chiave d’accesso verso il mio io… (…) la mia interiorità è la scrittura, tutto il resto è esteriorità. È il mio lavoro, il mio punto fermo, è stata l’unica cosa che mi ha sempre dato forza, per mia scelta.
Concludiamo con queste affermazioni che l’autrice ha espresso in un’intervista nel 1989 a proposito del ruolo dell’intellettuale e dello scrittore in particolare:
Tenere un comportamento politico integerrimo, soprattutto restare con la schiena dritta, prendere una posizione politica in tutte le circostanze ed esprimere la propria opinione, questi sono i miei principi. (…) Secondo me un atteggiamento politico è importante per ognuno, autore, avvocato, medico, attore o ingegnere che sia. Non è pensabile l’etica al di là di un’etica politica. (…) La politica impregna la vita di tutti noi, per questo credo che senza un’etica politica non ci possa essere nemmeno un’etica individuale. Con la letteratura è la stessa cosa: anche nella finzione c’è un’etica che non è altro che un prolungamento della morale personale. (…) Se un giorno non dovessi più avere interesse per quello che mi accade intorno, e non dovessi più prendere posizione, allora non avrei più niente da dire, nemmeno a me stessa.
Marisa